Giovanni Fausti ed i gesuiti martiri in Albania

Il 5 novembre 2016 P. Giovanni Fausti, p. Daniel Dajani SJ e fr. Gjon Pantalija, insieme ad altri martiri albanesi, sono stati beatificati in Piazza S. Pietro da Papa Francesco. A distanza di dieci anni da questo importante avvenimento vogliamo oggi dedicare una puntata ai gesuiti in Albania cercando di capire quali informazioni della drammatica situazione albanese arrivassero in Provincia.
La fonte
La fonte di oggi è conservata nelle carte della comunità di Bassano del Grappa. Si tratta di avvisi e comunicazioni da leggere a tavola. Ce ne sono tre, in particolare, relative all’Albania, alla morte di p. Giovanni Fausti e di altri gesuiti. È il Provinciale che scrive a tutte le comunità della Provincia per informarle di quanto sta accadendo dall’altra parte dell’Adriatico, da cui filtrano scarse notizie.
La vita di p. Giovanni Fausti
Prima di immergerci nella lettura ripercorriamo la vita di p. Fausti. Nato il 19 ottobre 1899 a Brozzo è entrato nella Compagnia di Gesù il 30 ottobre 1924 nel noviziato di Gorizia. Ha pronunciato gli Ultimi Voti il 2 febbraio 1937.
Grazie ai cataloghi storici e alle fonti archivistiche si può ricostruire tutta la vita del gesuita dall’ingresso in noviziato fino alla metà degli anni Quaranta.
Arrivato in Albania la prima volta nel 1929, fu destinato al Pontificio Collegio di Scutari dove ha ricoperto, nel corso degli anni, diversi incarichi: insegnava italiano, era ministro e bibliotecario, lettore a mensa e responsabile della catechesi dei fratelli coadiutori, esaminava inoltre i neo sacerdoti. In questi primi anni ha imparato la lingua albanese.
Fece poi ritorno in Italia nel 1933, inizialmente vivendo a Mantova per un breve periodo, poi a Bressanone e Bassano del Grappa, infine venne destinato all’Aloisianum di Gallarate.
Il diario di casa ci racconta che qui p. Fausti ha insegnato logica e critica tra 1938 e 1939. Fino al 1941 la fonte riporta gli apostolati ed i corsi di esercizi che spesso dava in altre città. Nel 1942 venne destinato a Scutari e dal 31 luglio fu Rettore del Seminario, docente di filosofia, direttore dell’Apostolato della Preghiera nella diocesi. A questi incarico si aggiunse anche quello di Vice – Provinciale a partire dal maggio 1945.
Sull’ultimo anno di vita però abbiamo meno fonti archivistiche, capiremo meglio il perché proprio in questa puntata. Le lettere trovate tra le carte di Bassano sono dunque particolarmente preziose per ricostruire quanto avvenuto in Albania a metà anni Quaranta.

Albania: 1945 – 1946
Durante la seconda guerra mondiale l’Albania venne occupata dagli italiani e dai soldati tedeschi che si ritirano nel 1944, quando Enver Hoxha prese il potere.
Il nuovo governo iniziò la persecuzione di sacerdoti, suore e Vescovi e anche delle persone che con loro vivevano e collaboravano come i domestici, i segretari, i dipendenti. P. Giovanni Fausti venne arrestato il 31 dicembre 1945.
Esiste una foto che ritrae il gesuita in una via di Scutari durante l’arresto, oggi è conservata nella collezione Marubi, nell’omonimo museo.
Nel nostro archivio non ci sono fonti che si raccontino nel dettaglio gli ultimi giorni di p. Fausti e degli altri martiri, per via del blocco dell’Albania rimasto in vigore per decenni.
In Italia non arrivavano comunicazioni dirette ma i gesuiti riuscirono ad avere informazioni sommarie da altri religiosi e religiose fuggiti dall’Albania. Le comunità della provincia erano tenute informate proprio grazie agli avvisi e alle lettere del Provinciale lette durante i pasti.
Le ultime notizie su p. Fausti ed i confratelli
I gesuiti della Provincia Veneto – Milanese ascoltarono a tavola, a fine marzo del 1946, gli aggiornamenti sulla situazione in Albania. Ricordiamo che durante il pasto si mangiava ascoltando brani delle Sacre Scritture, vite dei santi ma anche avvisi per la Provincia letti da un confratello. Erano stati già informati, qualche giorno prima della morte dei loro confratelli ma il Provinciale decise di condividere anche i dettagli ricevuti sulla situazione in Albania.
[…] Secondo il piano diabolico di chi attualmente presiede alla cosa pubblica in Albania si volevano colpire i maggiori esponenti del pensiero cattolico per intimidire, disorientare e far tacere ogni voce che potesse opporsi ai soprusi del Governo comunista. Già qualche mese prima dell’arresto dei Padri era stato incarcerato e torturato (ma invano) un giovane domestico di casa, per fargli dichiarare (contrariamente alla verità) che P. Fausti era stato cappellano dei legionari in Ispagna contro il Comunismo. Non essendo riusciti ad averlo per questa via, vollero far risalire a P. Dajani rettore e a lui, Vice – Provinciale, la responsabilità dell’imprudenza commessa da alcuni chierici del Seminario, che, contro le espresse proibizioni dei Superiori, si fecero propagatori di alcuni foglietti anti-comunisti. […] Né valsero le più chiare deposizioni dei Chierici che, anche sotto la tortura, dichiararono che i Superiori erano del tutto ignari del loro operato, e che se l’avessero sconosciuto, li avrebbero dimessi dal Seminario. Si addivenne a un processo iniquo e calunnioso e alla condanna a morte dei due Padri, come se fossero i capi di un’Associazione “Albania Unita” contro il governo…
Ora sappiamo dal superiore degli Orionisti in Albania, giugno a Roma da Tirana il 16 corrente che i due nostri, insieme con due chierici e un frate francescano, vennero fucilati nella notte fra il 5 ed il 6 di questo mese [siamo a marzo] probabilmente verso l’alba e che ivi stesso furono sepolti in un’unica fossa.
Al termine della lettera, il Provinciale dichiarava che la missione albanese dovesse considerarsi dispersa.
Con questa espressione sarà indicata in tutti i cataloghi successivi, dal 1946 al 1991. In quello del 1992 è ufficialmente presente la comunità di nuovo attiva a Tirana.
Il ricordo dei gesuiti rimasti in Albania, tra cui p. Luli che sarà liberato solo negli anni Novanta, non verrà mai meno e i nomi di chi era ritenuto ancora vivo o della cui morte non si aveva certezza compaiono, insieme a quelli dei confratelli del resto della Provincia, per quarantacinque anni in questa importante fonte.
Le lettere del Provinciale sull’Albania sono per noi una testimonianza molto preziosa anche per la mancanza dei diari di casa delle comunità di Scutari e Tirana e delle carte personali dei gesuiti che lì vivevano. Infatti insieme a quanto presente nelle case, nel collegio di Scutari e nella casa di Tirana, i documenti archivistici sono stati sequestrati e poi entrati a far parte del patrimonio archivistico nazionale albanese. Per molto tempo considerati distrutti o dispersi, sono invece conservati negli archivi nazionali albanesi, a Tirana. Non sono più di proprietà della Compagni di Gesù.
Il peggioramento della situazione
Passano un paio di mesi ed i gesuiti della Provincia Veneto – Milanese ricevono nuove notizie sull’Albania; chiese e case religiose vengono continuamente occupate, i beni inventariati, per i religiosi è sempre più pericoloso restare, ma ormai è diventato molto difficile fuggire:
Mons. Arcivescovo di Durazzo disse alle suore che i sacerdoti religiosi e seminaristi fucilati assommano a 12 mentre finora constava di 7. Nei vescovadi e nelle case canoniche si fece l’inventario di tutto, si lasciò agli ordinari ed ai parroci in uso solamente la cucina […]
Le chiese si lasciano aperte, dicendo che queste appartengono al popolo mentre i sacerdoti sono del Papa, però s’inventariò tutto e se ne resero responsabili i sacerdoti.
A Tirana i religiosi sono alloggiati nelle loro chiese e vivono di carità fatta anche da Musulmani; le suore espulse dalle loro case dormivano nella chiesa dei gesuiti, poi ottennero di farsi una piccola baracca vicino alla chiesa stessa; ai gesuiti che avevano chiesto di poter venire in Italia, fu data una risposta di colore oscuro “No. A sistemali ci penseremo noi presto”.
A Scutari il Seminario è trasformato in casa di maternità. Francescani, Stimmatine e Servite lasciati nelle loro case, furono costretti a restringersi in pochi ambienti, le altre stanze furono chiuse, tutto fu inventariato sotto la responsabilità del personale di casa, il parroco è di nuovo in carcere per essersi rifiutato di ritirare i distintivi dell’Azione Cattolica e non naviga in buone acque, non consta il numero esatto di sacerdoti e di seminaristi languenti nelle carceri, i Seminaristi ancora liberi ma rimandati alle loro famiglie, furono costretti a deporre la veste talare; la frequenza dei fedeli alle chiese è aumentata.
Nell’ospedale civile di Tirana ci sono ancora una trentina di Ancelle della Carità, perché il Direttore si oppone decisamente al loro licenziamento, ma fino a quando? Intanto si fa una larga campagna di calunnie contro di loro e si fa pressione sulle albanesi perché si secolarizzino […]
Nelle chiese non si predica per evitare interpretazioni maligne e conseguenti vessazioni, un decreto recente proibisce l’insegnamento religioso nelle scuole e fuori; si dice che a Scutari s’impone ai bambini nelle scuole il saluto “Morte a Cristo fascista”.
La lettera continua raccontando che la chiesa di Devoli è stata adibita a manicomio, qui vi erano circa 180 italiani che avevano richiesto, inutilmente, un parroco per battezzare alcuni neonati. Ad Argirocastro, luogo di nascita di Enver Hoxha, la chiesa ed il convento erano stati trasformati in carcere, la sede della missione a Fieri era stata occupata e la cappella delle Servite di Tirana era diventata sala riunioni.
Particolarmente drammatiche anche le condizioni della popolazione albanese:
Si è annunziata la statizzazione delle case e dei mobili dei privati; è annunciato un decreto di espropriazione generale, che lascerebbe ai singoli solamente due cambi di vestiti e di biancheria; a Durazzo tutti i negozi sono chiusi, meno una farmacia e due profumerie, ed i proprietari sono o in carcere o ai lavori forzati, è proibito commerciare; si prepara l’apertura di spacci statali. Le fucilazioni sono cosa ordinaria; gli arresti in massa anche nei villaggi sono frequenti; la tortura è praticata nelle forme più ricercate; notevole è il numero dei condannati ai lavori forzati. […] Il popolo non ne può più.
Alla fine della lettera è menzionato p. Gardin, anche lui in Albania: “Da notizie giunte per altra via sembra che al Padre Gardin e al Maestro Vata, tuttora in carcere, sia stato tolto il materasso e proibito di ricevere cibo da esterni”. P. Gardin sarà condannato ai lavori forzati per dieci lunghi anni, fino al ritorno in Italia nel 1955.
Ultimi aggiornamenti dall’Albania
Leggiamo le parole di p. Viezzoli riportate dal Provinciale alle comunità il 15 novembre 1946, ormai p. Fausti è morto da più di otto mesi, è l’ultimo aggiornamento sull’Albania:
In questo momento torno dalle Ancelle della Carità, dove ho incontrato la Superiora, stata a Tirana e che 8 giorni or sono ha dovuto abbandonare l’Albania con altre 20 Suore infermiere nell’Ospedale Militare. Da quella suora ho avuto le seguenti notizie, veramente poco consolanti. Il 28 sera, festa di Cristo Re, verso le 19 in Casa nostra a Tirana hanno arrestato il p. Meshkalla e contemporaneamente il Parroco, Don Stefano Kurti. Qualche giorno prima è stato arrestato a Scutari il Fr. Pantalija. I motivi dell’arresto non si conoscono: per i primi due pare sia il Circolo o Oratorio che tenevano. A Tirana è rimasto il solo p. Giadri col M. [maestro, gesuita impegnato nel magistero] Topalli. Il Fr. Radovani si trova con mons. Volaj a Nenshati. Il p. Troshani rasa la barba e tolta la veste dei Sacerdoti Orientali, è oggi viceparroco a Merqinje (diocesi di Alessio). I pp. Karma e Tuci in non so quale parrocchia.
A Scutari lo scorso ottobre sono stati ordinati 3 sacerdoti. Pochi giorni dopo la prima messa uno è stato messo in carcere, gli altri due obbligati a prestare il servizio militare. A Tirana, perché durante l’imposizione delle mani, i Sacerdoti tennero sospesa la destra questo, questo atto venne interpretato come un saluto fascista e furono quindi sottoposti a interrogatori.
Per approfondire le vicende sui gesuiti ed i religiosi in Albania abbiamo oggi a disposizione una corposa bibliografia, sebbene le ricerche in merito continuino a restituirci nuovi dettagli. Uno dei testi che consigliamo, poiché che riporta molte informazioni anche sulle carte dei martiri in Albania ed i loro processi, è stato curato da p. Leonardo Di Pinto O.F.M., “Profilo storico agiografico di Mons. Vinçenc Prennushi e Compagni Martiri” in due volumi ed edito dall’arcidiocesi metropolitana di Scutari – Pult nel 2016.
I gesuiti tornano in Albania
Come abbiamo ricordato, la presenza dei gesuiti in Albania non finì con la drammatica morte di p. Fausti e degli altri martiri albanesi.
I gesuiti tornarono dall’altra parte dell’Adriatico nel 1991, nel corso del tempo a Scutari è stata riaperta la scuola – oggi intitolata a p. Meshkalla, mentre a Tirana la Compagnia gestisce una delle parrocchie più grandi della città. La storia dei gesuiti in Albania oggi gode di un nuovo impulso e sono numerosi i ricercatori che contattano l’archivio storico per poter conoscere meglio l’apostolato dei gesuiti in questa nazione e la storia della cosiddetta “missione volante”.
Un altro Fausti
C’è stato un altro gesuita nella famiglia Fausti, il nipote di p. Giovanni, Silvano.
Era nato il 2 gennaio nel 1940. Lo zio perdeva la vita sei anni più tardi: il 4 marzo 1946 in Albania e p. Silvano nel libro “Sogni, allergie e benedizioni” scrive di non ricordare di averlo conosciuto quando è venuto in famiglia per la morte del nonno.
Abbiamo fatto qualche ricerca in archivio e abbiamo scoperto dal diario di Gallarate, che il 24 dicembre 1940 p. Giovanni Fausti si recò a Brescia (la sua famiglia viveva non lontano) quindi è probabile che a Natale abbia visto il nipote, che all’epoca non aveva ancora compiuto un anno, troppo piccolo per ricordarlo. Proseguendo nella lettura scopriamo poi che il 22 luglio 1941 “P. Fausti finisce i suoi esercizi e va in famiglia perché il papà è molto grave, poi fuori pericolo e torna in comunità il 16 luglio”. In questa occasione zio e nipote si sono sicuramente incontrati di nuovo, ma il nipote è ancora troppo piccolo per trattenerne memoria.

P. Silvano, a sei anni, segue il processo allo zio via radio e racconta di aver voluto prendere il suo posto, da grande. Pur non avendo avuto modo di crescere con lo zio e conoscerlo di persona, ne ha ereditato il carisma ignaziano che lo ha portato a ricalcarne le orme.
Nella stessa Provincia in cui era entrato lo zio nel 1924, trentasei anni dopo entra anche suo nipote, Silvano Fausti. È il 5 gennaio 1960 quando fa il suo ingresso in noviziato, a Lonigo.
Maria Macchi











