Raccontare il terremoto

Eventi atmosferici disastrosi come terremoti o inondazioni hanno lasciato traccia anche nelle carte degli ordini religiosi. Alcune di queste provengono proprio da residenze gravemente danneggiate da un sisma.
Nel nostro archivio si conservano, ad esempio, due fondi provenienti da L’Aquila, colpita nel 2009 da un forte terremoto che ha causato la morte di 309 persone: il fondo del Collegio degli Abruzzi e quello della residenza de L’Aquila. Dopo che le persone sono state messe in salvo, sono stati recuperati anche i fondi archivistici che testimoniano la storia di migliaia di studenti del collegio e di numerosi gesuiti vissuti nel capoluogo abruzzese.
Non è raro trovare traccia degli avvenimenti sismici o di eventi atmosferici drammatici in qualche historia domus o nelle lettere. In molte di queste occasioni i gesuiti hanno fatto parte dei soccorsi, organizzando le attività di accoglienza degli sfollati e fornendo ospitalità. Nel caso dell’alluvione del Polesine la Compagnia di Gesù fece parte della grande macchina organizzativa finalizzata non solo ai soccorsi ma per la ricostruzione dei luoghi e della vita sociale della popolazione.
Dal diario di Lorenzo Rocci
Lorenzo Rocci, ad esempio, nel suo diario racconta di aver visto le rovine di Casamicciola, distrutta dal terremoto del 1884. Segnala alcune scosse di terremoto a cui assiste: una il 1° novembre 1895, senza danni, un’altra il 19 luglio 1899. Questa scossa, ci racconta, creò dei danni al portico del Vignola, a Villa Mondragone, e fu necessario mettere una catena di ferro sotto gli archi.
Nel mese di dicembre del 1908 Rocci annota “Nel giorno degl’Innocenti un terribile terremoto distrugge Messina e Reggio Calabro”.
Qualche anno dopo ha modo di vedere con i propri occhi la devastazione di Messina, scrive: “Visitando le rovine veggo che i giornali non hanno esagerato nel descrivere la catastrofe di Messina: si dice e par vero, che le case risparmiate non siano più di quattro o cinque”.
Negli anni successivi registra una decina di scosse di lieve entità che ha modo di avvertire mentre vive a Roma.
Raccontare il terremoto
Vediamo da vicino il racconto di un terremoto direttamente da una cronaca trovata in archivio, nel corso del riordino del Fondo della Provincia Napoletana.
Siamo a Potenza, nella notte del 16 dicembre 1857 si verifica un terremoto devastante nel territorio della Basilicata. All’epoca non era ancora possibile stimarne la magnitudo, oggi misurata con la scala Richter né il grado di devastazione che solo a distanza di qualche decennio fu oggetto degli studi di Mercalli che teorizzò l’omonima scala. A posteriori è stato classificato con il valore di 7.1 di magnitudo e di XI su quello della scala Mercalli. Il numero di vittime e le devastazioni di numerosi centri abitati lo rendono uno dei terremoti più devastanti dell’epoca contemporanea. Il terremoto del 1857 infatti interessò gran parte del Sud Italia radendo al suolo interi paesi e mietendo oltre undicimila vittime. Fu il primo terremoto ad essere documentato grazie all’avvento della fotografia.
All’epoca la Provincia Napoletana aveva un collegio a Potenza dove vivevano dodici gesuiti, tra padri, fratelli e scolastici in formazione, oltre ai convittori.
La fonte
Troviamo il racconto di quella notte tra le poche carte che si conservano per il convitto di Potenza, molte delle quali andate perdute probabilmente con il terremoto. Ricordiamo che il terremoto è avvenuto di notte, quando sono tutti a dormire e in un’epoca priva di illuminazione elettrica.
Già tutti trovavasi a letto, quando verso le 10 e mezza sentironsi con istraodinario frastuono scuotersi. Il P. Serino che oltre il solito anticipatamente erasi coricato, d’un colpo fu sbalzato e cadendo al suolo fu ricoperto dal letto che gli venne sopra. Era al buio e come potè levossi e raccoomandandosi ad una tavola, che serviva di divisione alla sua stanza, staccatasi quella dal muro, lo fe’ nuovamente cadere e benché gravante della persona, sorgendo illeso per uno spiraglio vide un raggio di luce verso cui drizzandosi poté aprir la porta e scampare. Ma oltre ogni credere mirabile fu la salvezza del P. Pozzi e del Maestro Personé. Il primo di natura sensibilissimo, come ebbe inteso la prima scossa balzò di letto e sarebbesi precipitato tra le ruine della stanza e della scala se il p. Canio che solo trovandosi in piedi non lo avesse soccorso con il beneficio del lume. Il secondo poi ancora dormiva e casse buona metà della volta, ma per miracolo, quella che era sul tavolino, che rimase infranto. Solo il p. Creptoviez fu leggermente colpito in testa da un mattone, unico caduto alla prima scossa nella sua stanza Tutti dovettero la sua salute all’uscita di stanza: altrimenti il p. Rettore avrebbe visto precipitarsi addosso un muro che sprofondò alla seconda scossa il pavimento della sua camera. I pp. Pozzi e Canio sariano stati coperti dalle pietre e calce che in buona quantità caddero nelle loro stanze.
Chi scrive, probabilmente uno dei gesuiti coinvolti nel terremoto, racconta anche gli attimi interminabili della seconda scossa e la paura dei padri e del maestro- un gesuita in formazione – che sono usciti dalle proprie stanze e che devono raggiungere il dormitorio dei convittori:
La più trista ventura toccata sarebbe al maestro Cecaro il quale ponea in dubbio se dovesse o no levarsi, al p. Creptoviez e al maestro Personè. Questi tre che abitavano l’ultimo piano del Collegio, mentre vicendevolmente meravigliavano sulla prima scossa sentono la seconda, si raccolgono frettolosi nel vano di una porta. Il muro come canna da vento qua e là era sospinto, a destra rovinava la volta della stanza, a sinistra il muro opposto del corridore.
Appena terminata la scossa i gesuiti corrono dai convittori, al piano inferiore.
Finito il terremoto, in mezzo a nugoli di polvere e calpestando ruine, scesero, correndo gravi rischi per le scale già un mezzo palmo uscite dal muro. E qui presentasi novella successione di miracoli. Tutti entrarono nelle camerate in soccorso di quei spaventati giovanetti. […] Tutti uscirono dai stanzini se non che alcuni eran già fuori scavalcatone le mura. Tutti, chi in un modo chi in un altro davano ad aperto miracolo la loro salute. Chi fu salvo sotto il letto, chi fu difeso dalla rete di ferro che è sopra gli stanzini. […] Chi aveva sentito le pietre dietro le spalle; chi le aveva viste innanzi, tutti contavano speciali protezioni dal cielo. Ma ciò che desta universale meraviglia, fu il vedere come in meno di dieci minuti quanti erano i convittori si trovarono pronti e vestiti ad uscire, salvo uno cui mancavan le calze. Nel fuggire di casa, innanzi al portone trovaronsi molte famiglie de’ convittori, che si presero i loro figli.
Vengono anche raccontate le ore ed i giorni successivi durante i quali oltre alla comunità dei gesuiti anche l’intera cittadinanza è sfollata e deve cercare un rifugio.
Al nuovo collegio, fuori la città recatisi ogni cosa parea all’uopo allestita. Una gran pagliara gli accolse insieme a circa 200 persone che eransi colà ricoverate. Per ispecial grazia era in questa, gran quantità di paglia lunga su cui con qualche agio poteron la notte riposare i convittori. Eranvi di più molte legna, perché accesi tre grandi fuochi ristoraronsi dalla gelata che in quella e nelle notti avvenire, densa come se neve fosse le campagne imbiancava. Questa pagliara è stato il loro albergo per più giorni in compagnia del Vescovo, il quale vi celebrò ancora un Pontificale, erettovi un piccolo altare e vi ordinò cinque giovani. […] Tanti e tanti ebbero per modo ruinate le loro case da non poter prendere un cencio solo e ricoprire la loro nudità e poterono, benché con qualche rischio estrarre di collegio materassi, coverte, mante, viveri e quanto loro bisognava.
La cronaca termina con un ringraziamento a Dio e alla Vergine per aver protetto i convittori ed il collegio, infatti nessuno dei ragazzi riportò ferite, solo un gesuita risultò lievemente ferito dalla caduta di un mattone. Inoltre chi scrive specifica che non solo padri, prefetti e convittori uscirono illesi dal collegio colpito dal terremoto ma anche gli inservienti e tutte le famiglie dei convittori.
Maria Macchi











