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I falsi miti sui gesuiti, dal ‘500 a Zerocalcare

Particolare del frontespizio della risposta di papa Clemente XIII al decreto di espulsione dei gesuiti promulgato da Carlo III di Spagna - Archivio Storico - Gesuiti, Provincia Euro-Mediterranea

“Falso come un gesuita” è una frase che più volte ha utilizzato il fumettista italiano Zerocalcare nelle sue opere e in ogni stagione della sua fortunata serie su Netflix. Non si tratta però di una sua invenzione. Lo stereotipo è molto antico e fa parte della ricca letteratura antigesuitica, diffusasi soprattutto tra Seicento e Settecento. Pregiudizi e letteratura antigesuitica hanno contribuito, in modo significativo, all’espulsione dei gesuiti dalle corti europee nel corso del Settecento e alla soppressione dell’Ordine nel 1773.

Le origini

I pregiudizi sui gesuiti sono nati poco dopo la morte di S. Ignazio. Già nella seconda metà del Cinquecento infatti c’era chi scriveva che la Compagnia fosse stata fondata dal demonio e che i gesuiti fossero addirittura assassini, traditori, ladri. Alla fine del XVI il gesuita era dipinto come un cattolico fanatico, rivoluzionario, in grado di sobillare i regicidi. Nel 1599 il gesuita Juan de Mariana pubblicò De Rege et Regis Institutione, nel quale dissertava sulla possibilità per un popolo oppresso di deporre il proprio sovrano anche con la violenza. Si trattava di una teoria in largo uso negli insegnamenti di filosofia e di teologia, da diverso tempo, ma la pubblicazione diede adito alle accuse di tirannicidio. 

Siamo solo agli albori di questa lunga tradizione di falsi miti che diventerà un vero e proprio genere letterario.

Non è possibile indicare una ragione univoca che abbia mosso i detrattori della Compagnia che nel corso della storia sono stati numerosi e molto diversi tra loro. Infatti, nonostante i primi falsi miti siano nati già qualche decennio dopo la fondazione dell’Ordine, nel corso dei secoli si sono moltiplicati, arricchendosi di significati a dir poco fantasiosi. 

Una delle ragioni più “antiche” che ha alimentato i pregiudizi è legata anche alla rapida diffusione dei gesuiti e delle loro comunità, malviste soprattutto nei territori dove prendeva piede il Protestantesimo.

Proviamo a ripercorrere le ragioni che hanno alimentato questi pregiudizi.

Un insieme complesso di ragioni

La contrapposizione tra Chiesa Cattolica e altre fedi religiose ha influito sulla nascita di alcuni preconcetti, tra cui quello del gesuita falso.

Emblematico è il caso del gesuita inglese Henry Garnet e della congiura delle polveri, nel 1605.

Si tratta di una congiura, fallita, ai danni del re e del Parlamento inglese: un gruppo di cattolici aveva in animo di far esplodere la camera dei Lord durante la cerimonia di apertura del Parlamento. 

A p. Henry Garnet e ai suoi confratelli, si erano rivolti alcuni dei cospiratori per confessarsi ma il gesuita non avrebbe potuto rompere il vincolo della confessione e denunciare le loro intenzioni.

Fu impiccato insieme ad altri gesuiti con l’accusa di aver partecipato alla congiura delle polveri, nonostante anche dalle confessioni degli organizzatori non risultasse il suo coinvolgimento.

La congiura divenne nota come “congiura dei gesuiti” sebbene i membri di S. Ignazio non abbiano ideato il piano, né vi abbiano collaborato. In quel periodo però le tensioni tra cattolici e protestanti in Inghilterra si erano riacuite e la congiura offrì un pretesto al re per emanare divieti contro i cattolici e limitare la loro professione di fede.

Inizia qui la sovrapposizione tra “gesuita” e “ambiguo” inteso come falso: per via dell’impossibilità per p. Garnet di infrangere il sigillo sacramentale della confessione, interpretato come menzogna, doppiezza, falsità.

Fake news del passato

A differenza di quanto si creda, le fake news non sono un’invenzione del nostro tempo, ma nella storia sono sempre esistite. Una di queste ha riguardato i gesuiti e ha contribuito in modo particolare alle leggende che li riguardano. L’opera Monita segreta pubblicata per la prima volta nel 1614 raccontò al grande pubblico come i gesuiti riuscissero ad arricchirsi, guadagnare il favore degli altri, essere maggiormente influenti, tenere d’occhio i propri nemici, farsi amici i potenti. 

L’autore riscosse molto consenso visto che era un ex gesuita, l’opera ebbe ben 300 edizioni nel corso dei tre secoli successivi.

Peccato che il contenuto del testo fosse completamente inventato: Zahorowski infatti, ben conoscendo le Costituzioni della Compagnia di Gesù, ne aveva realizzato una versione del tutto diversa, mantenendo però tono e stile originari. Inoltre nei Monita è presente il concetto di “inconfutabilità” secondo il quale ogni gesuita, se interrogato in merito, avrebbe dichiarato di non aver mai sentito parlare di queste istruzioni oppure avrebbe potuto citare altre Costituzioni (in realtà quelle vere), per screditare i Monita, presentati come unico documento dell’Ordine.

I Monita ebbero un successo così grande che ancora a fine Ottocento vennero citati per screditare i gesuiti.

Lassismo

Una delle accuse più durature fu quella di lassismo, poi ripresa anche da Blaise Pascal. I gesuiti infatti, fin dalla fondazione dell’Ordine, furono convinti sostenitori della necessità di confessarsi e prendere frequentemente l’Eucarestia. Per un’adeguata formazione dei confessori scrissero libri di “casi di morale o di coscienza”, divenuti una vera e propria branca della morale ma interpretati dai detrattori dei gesuiti come un modo per giustificare condotte immorali. Anche nelle nostre fonti, benché prodotte nell’Ottocento, si trova spesso nei diari di casa il riferimento ai casi di morale che venivano sottoposti ai gesuiti in formazione.

Da qui l’accusa di lassismo: i gesuiti avrebbero giustificato ogni peccato dei fedeli pur di condurli all’Eucaristia e quindi, secondo i rigoristi, erano rei di aver intaccato la morale e “invalidato” gli insegnamenti dottrinari della Chiesa Cattolica.

Sia da Alessandro VII che Innocenzo XI sottoposero a censura i testi di alcuni gesuiti con l’accusa di lassismo.

I gesuiti vennero accusati di essere essi stessi lassisti e poco attenti alla morale.

Blaise Pascal ed i giansenisti

Nella figura di Blaise Pascal trovano un punto di incontro molti di questi pregiudizi. Il filosofo infatti, convinto sostenitore del giansenismo accusò i gesuiti di aver distorto il messaggio evangelico separando la morale cristiana dall’amore di Dio e di aver promosso il lassismo attraverso la casistica.

Scrisse le famose “Lettere Provinciali” nelle quali riprende diverse tesi dei giansenisti secondo le quali non tutti gli esseri umani sarebbero destinati alla salvezza. Oppone il rigorismo alla morale dei gesuiti che, in realtà, non era nata “accomodante” ma valutava il tipo di peccato commesso, il contesto, le condizioni. Il confessore, secondo i gesuiti, dovrebbe sempre tener conto di questi aspetti quando ha davanti un fedele invece di limitarsi ad applicare la penitenza più dura. La casistica era uno strumento che i gesuiti mettevano a disposizione dei confessori proprio per garantire che i fedeli si confessassero frequentemente e fossero incoraggiati a ricevere l’Eucarestia e quindi potessero credere nella salvezza.

Questo messaggio fu del tutto travisato e bollato come lassista. 

I riti cinesi, l’accomodatio e le riduzioni

Altre critiche ai gesuiti sono legate ad alcuni metodi seguiti dai missionari e che, nel corso del tempo, furono fraintesi e condannati.

La questione dei riti cinesi – e di quelli malabarici – fu ripresa anche da alcuni giansenisti come esempio del lassismo dei gesuiti. 

I gesuiti si avvalevano, in Cina ma anche in altri luoghi di missione, dell’accomodatio e dei riti cinesi: una serie di pratiche per comunicare il Vangelo conciliandolo con le tradizioni culturali locali, senza sradicarle o condannarle, in particolar modo per quanto riguardava il culto degli antenati. Secondo p. Matteo Ricci ed i suoi confratelli queste tradizioni non erano frutto di superstizioni ma erano molto vicine al concetto occidentale di pietas e rispetto dei defunti.

I gesuiti inoltre provarono a rendere il messaggio evangelico più universale perché non fosse recepito come una religione occidentale ed europea ma un messaggio destinato a tutto il mondo. Si tratta di una scelta molto moderna ma poco in linea con il pensiero del tempo.

Questi metodi suscitarono critiche già nei contemporanei di p. Matteo Ricci – altri ordini religiosi avevano portato avanti pratiche di inculturazione decisamente meno rispettose delle culture locali, fino a portare ad una formale condanna da parte della Chiesa.

Anche le riduzioni contribuirono a rendere invisi i gesuiti, soprattutto per la Spagna ed il Portogallo.

Si tratta di piccole, comunità fondate dai gesuiti, in alcuni luoghi di missione in America del Sud dove la popolazione indigena viveva protetta. La finalità della missione non era solo quella di evangelizzare ma anche di migliorare le condizioni di vita. Nelle riduzioni vennero aperte scuole, le tribù divennero stanziali, non erano schiavizzate ed il loro lavoro era regolato perché potessero godere del giusto riposo. I gesuiti si avvalsero della musica che divenne uno degli elementi identitari delle riduzioni, ancora oggi molto studiato. Pur non essendo prive di problematiche o criticità, si distinsero per essere un esperimento apostolico che aveva avuto come finalità la protezione degli autoctoni.

Tuttavia questa forma di governo e di indipendenza delle popolazioni locali, protetta e gestita dai gesuiti, non incontrò il favore di Spagna e Portogallo che avevano interessi coloniali in quelle terre. 

I gesuiti furono accusati di proteggere le riduzioni perché si trovavano su terre ricche d’oro e di essere fautori di una forma di governo indipendente.

Nacque così la leggenda di un fantomatico impero dei gesuiti legato alle riduzioni e ai Guaranì.

Dal 1750, con la guerra dei Guaranì le riduzioni furono attaccate, gli abitanti perseguitati e ridotti in schiavitù. Pochi anni dopo i gesuiti furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo.

Il film Mission racconta proprio le vicende legate alle riduzioni. 

I gesuiti e l’insegnamento

C’è un’altra ragione che, a lungo, ha alimentato il risentimento contro i gesuiti ed è legata proprio ai collegi. La rapida diffusione dei collegi gestiti dai gesuiti ha spesso messo in competizione i membri dell’ordine di S. Ignazio con altri ordini religiosi impegnati nell’insegnamento che vedevano calare le loro iscrizioni.

La crescita dell’Ordine e l’alto numero di gesuiti registrati nei decenni successivi alla fondazione avevano già causato malumori con il clero diocesano e con gli altri religiosi che mal sopportavano la concorrenza fatta dai collegi di S. Ignazio.

Si tratta di un aspetto che ciclicamente si è ripresentato.

Ne troviamo traccia ancora nell’Ottocento, ad esempio a Velletri dove si scatenò una vera e propria sommossa contro i gesuiti.

Le memorie conservate nel nostro archivio raccontano che il malcontento popolare fosse stato alimentato dal clero diocesano e da altri ordini in concorrenza con i gesuiti che proprio a Velletri avevano un collegio.

Educare l’alta società

Un ulteriore tassello di questa storia è legato allo stereotipo del gesuita ricco.

Si deve a diversi aspetti: il rapporto con i benefattori, l’educazione dei rampolli delle famiglie europee, il ruolo di confessore di re e regine ricoperto di diversi gesuiti.

Fu lo stesso S. Ignazio a stabilire una regola per i collegi della Compagnia: per aprire un istituto è necessario trovare dei fondi. Inizialmente i collegi sarebbero dovuti essere gratuiti e quindi era indispensabile avere dei benefattori.

Egli nel corso della sua vita tenne personalmente una fitta corrispondenza con moltissimi benefattori che hanno finanziato l’apertura dei collegi.

Questa regola evitava che progetti impegnativi come l’apertura delle scuole nel corso del tempo pesassero sulle casse della Compagnia e togliessero denaro destinato all’apostolato. Tuttavia lo stesso S. Ignazio capì che i benefattori spesso avrebbero voluto controllare i collegi.

Nei collegi dei gesuiti, che divennero poi privati e a pagamento, studiava l’aristocrazia e l’alta borghesia. I gesuiti erano anche precettori dei rampolli delle famiglie reale regnanti. 

Spesso furono scelti anche come confessori di molti reali. La vicinanza con la corte ed il potere hanno alimentato, nel corso del tempo, l’idea che i gesuiti potessero influenzare le decisioni dei governi degli Antichi Stati Italiani ed Europei e che anzi questo fosse proprio una delle loro finalità.

In realtà i gesuiti furono precettori privati perché molto apprezzati come insegnanti. A casa Leopardi ad esempio vi fu un precettore un gesuita, erano gli anni della soppressione.

Per un gesuita confessore del re di Francia, ve ne erano centinaia impegnati nelle confessioni dei fedeli in tutta la Nazione e nelle missioni. La Compagnia di Gesù oltre ai collegi ha anche aperto scuole serali, ricreatori, orfanotrofi e si è dedicata all’istruzione dell’infanzia abbandonata e meno tutelata. Le scuole nelle missioni ad esempio erano completamente gratuite.

Altri pregiudizi

L’idea di gesuita falso è legata anche allo stile ignaziano e alla sua pedagogia. Secondo un modo di dire, anche qui frutto di stereotipi, un gesuita risponde ad una domanda con un’altra domanda. 

In realtà il metodo ignaziano, su cui si basano anche gli esercizi spirituali, tende alla conoscenza, alla curiosità, al porsi continuamente domande su ciò che si vive, su come risuona dentro di sé per approfondire continuamente la propria conoscenza di sé e di quello che ci circonda. Il fine ultimo è quello dello sviluppo della persona e delle sue capacità critiche.

Per questo il gesuita, soprattutto nelle vesti di guida spirituale, pone domande come esercizio della coscienza e dell’introspezione di sé stessi e del proprio rapporto con Dio.

Nell’Ottocento si diffuse poi la convinzione che i gesuiti insegnassero che il fine giustifichi i mezzi e che per conseguire una finalità giusta si possano anche commettere azioni immorali. Si tratta della distorsione e mal interpretazione di un esempio, che rientra appunto nella “casistica”, menzionato da p. Busenbaum. Diversi studi, anche degli stessi gesuiti, hanno dimostrato non esistere questa frase, né questo insegnamento nei loro testi né nella pedagogia ignaziana. Addirittura più volte furono offerte somme di denaro per chi avesse trovato la frase citata in un libro a firma di un gesuita, la somma non fu mai riscossa. 

Le risposte dei gesuiti

I gesuiti però non rimasero a guardare. Esiste un’ampia produzione di testi, pamphlet, discorsi in risposta alla letteratura antigesuitica. Alcuni di questi si conservano anche nel nostro archivio storico. I pregiudizi contro i gesuiti non si esaurirono con la soppressione. Infatti questa storia non finisce con il 1773, i falsi miti sopravvissero e arrivano fino all’Ottocento, arricchendosi di ulteriori sfumature.

L’antigesuitismo dopo la soppressione

Durante il XIX secolo furono ristampati diversi opuscoli e testi antigesuitici del passato che portarono avanti i falsi miti gesuitici. Ci furono anche nuove opere come “L’ebreo errante”, di Eugène Sue che contribuirono ad alimentare l’idea che i gesuiti fossero falsi e avidi di denaro. Specifichiamo che si tratta di un romanzo, un’opera di fantasia, eppure in grado di alimentare il dibattito antigesuitico.

Uno degli elementi che emerge da questa opera è anche l’aspetto “settario”: sempre più spesso si parla dei gesuiti come di un ordine segreto che controlla il mondo, addirittura dotato di un sistema di polizia con un archivio a Roma. Questo nuovo elemento fu utilizzato talvolta per additare i membri dell’Ordine di S. Ignazio come reazionari, filomonarchici e in prima linea per ostacolare la nascita delle repubbliche o il rovesciamento di governi assoluti. Questa fu una delle accuse di Vincenzo Gioberti, ad esempio. Talvolta invece furono tacciati di essere a favore dei repubblicani.

Negli anni ’80 dell’Ottocento gli ebrei furono al centro di una campagna calunniosa basata sui sedicenti protocolli dei Savi di Sion, con diversi punti in comune con la tradizione antigesuitica.

Il Papa Nero

Proprio a partire dalla metà del XIX secolo si è diffuso questo epiteto con cui era indicato il Generale dei Gesuiti. “Papa” perché il Padre Generale è, secondo le Costituzioni, eletto a vita, mentre in tutti gli altri ordini religiosi si tratta di una carica ricoperta per un periodo limitato di tempo. Questa similitudine con l’elezione del pontefice in realtà, da qualche anno, sta venedo meno: infatti sia p. Kolvenbach sia il suo successore, p. Nicolás, hanno entrambi scelto di rassegnare le dimissioni dal ruolo per sopraggiunti limiti di età. L’ aggettivo “nero” serviva a distinguere il superiore dei gesuiti dal Pontefice che invece veste di bianco. Anche se i gesuiti non hanno mai avuto una veste specifica, come per i francescani o i domenicani, vestivano solitamente come il clero diocesano, quindi di nero. Si tratta di un’espressione nata sicuramente nell’Ottocento, poiché non se ne trova traccia nell’Antica Compagnia e nata probabilmente da alcune novelle.

L’espressione “Papa nero” suggeriva però anche un aspetto politicamente ambiguo del Generale. 

Nell’Ottocento infatti i detrattori della Compagnia accusano i suoi membri di essere reazionari, antimodernisti e opportunisticamente sempre a favore della Santa Sede memori della soppressione, in poche parole di essere “più realisti del re”.

Ne troviamo una rappresentazione nel celebre film “In nome del Papa re” che ripercorre in modo romanzato la vicenda giudiziaria di Monti e Tognetti, autori di un attentato alla caserma degli zuavi pontifici. Nel film Monsignor Colombo, interpretato magistralmente da Nino Manfredi, si scontra proprio con il Preposito Provinciale dei Gesuiti che rappresenta la parte conservatrice della Chiesa cattolica, una figura meschina che scoraggia il pontefice nel concedere il perdono per mantenere il proprio potere e quello dell’autorità costituita.

Anche in una sua più recente riproposizione “L’ultimo Papa Re”, del 2013, in cui il ruolo del cardinale è interpretato da Gigi Proietti, è presente la figura del “Papa nero” nella stessa accezione negativa.

Da sinonimo di regicida, difensore dell’indipendenza dei popoli nelle missioni ai danni dei sovrani, nell’Ottocento il gesuita diventa il prototipo di reazionario e nemico della Nazione.

Il giuramento dei gesuiti

Si inscrive proprio nella tradizione antigesuitica un’altra leggenda sui gesuiti, forse la più curiosa, legata al loro giuramento. Documenti falsi contenenti informazioni sul giuramento dei gesuiti furono prodotti intorno al XVII secolo ma questo aspetto ha sempre incontrato ampio interesse nel vasto pubblico ed è tornato alla ribalta di secolo in secolo.

Ancora oggi online si possono leggere fantomatici giuramenti pronunciati dai membri dell’Ordine di S. Ignazio, in occasione degli Ultimi Voti, in cui dovrebbero prestare obbedienza a Satana, mentre compiono gesti che mimano lo sgozzamento e altri simboli di nefandezze. Questi fantomatici giuramenti hanno indotto diverse persone, nel corso degli ultimi anni, a scriverci per chiederci se effettivamente quanto letto online corrispondesse al vero.

Abbiamo così deciso di dedicare una puntata della nostra rubrica proprio al giuramento dei gesuiti, trascrivendo la formula, sia in latino che in italiano, e dimostrando che è del tutto estranea a quanto si possa trovare online.

Inoltre gli Ultimi Voti dei gesuiti avvengono durante una messa pubblica, alla presenza della famiglia, degli amici e dei parenti oltre che dei confratelli. 

L’unico aspetto tenuto riservato è il grado degli ultimi voti per i gesuiti sacerdoti: coadiutore spirituale o professo di 4 Voti. Questo aspetto che in passato è stato noto come “voto segreto” ha alimentato questa leggenda nera.

Finché il gesuita è in vita questa informazione è riservata semplicemente per non creare disparità tra i confratelli. Il dato è poi ricercabile negli archivi da parte degli studiosi.

Oggi l’approfondimento sul giuramento è il più letto della nostra rubrica.

Per saperne di più

In questa puntata abbiamo ripercorso alcuni degli stereotipi sui gesuiti accennando alle varie motivazioni che li hanno alimentati ma il tema meriterebbe ulteriori approfondimenti.

Esistono numerosi studi sulla letteratura antigesuitica e sulla sua fortuna nel corso del tempo. 

Per chi volesse approfondire il tema, consigliamo di iniziare dalla voce “Antijesuitismo” presente nel Diccionario Histórico del la Compagñíia de Jesús, da cui sono tratti molti spunti presenti in questa puntata. Si tratta di una grande opera, edita nel 2000, in lingua spagnola che ha tentato di offrire una raccolta delle tematiche più importante legate alla Compagnia, con voci su singoli gesuiti, sulle missioni, su aspetti peculiari dell’Ordine. Il Diccionario è una delle prime fonti storiografiche consultate dai nostri studiosi per le loro ricerche.

La voce dedicata alla letteratura antigesuitica ripercorre la storia di questi pregiudizi elencando molte delle opere scritte contro i seguaci di S. Ignazio, in diversi periodi storici. 

Uno dei volumi più recenti e interessanti che ha fatto luce su queste tematiche è a firma di Sabina Pavone e si intitola “Le astuzie dei gesuiti”, pubblicato nel 2000.

Nella bibliografia gesuitica si possono poi trovare ulteriori contributi sul tema.

Come abbiamo visto i falsi miti sui gesuiti sono duri a morire, hanno cinquecento anni di storia e sono arrivati fino a Zerocalcare. 

Ci piace pensare che se il fumettista romano dovesse imbattersi nella nostra rubrica avrebbe molto materiale per ribaltare i pregiudizi sui gesuiti e raccontare magari una storia diversa.

Lo ringraziamo per averci fornito lo spunto per scrivere questo approfondimento.

Maria Macchi