Cronache di viaggio dei gesuiti

L’apostolato e gli incarichi potevano portare i gesuiti molto lontano dalla propria provincia, per tutta la vita o solo per un periodo. In molti casi ci hanno lasciato appunti, a volte diari o vere e proprie cronache dei propri viaggi.
Viaggi e apostolato
I gesuiti destinati alle missioni affrontavano un lungo viaggio per raggiungere la loro destinazione non privo di disavventure. Una volta arrivati, spesso erano costretti a percorrere kilometri anche quotidianamente per portare l’Eucarestia, per la catechesi di villaggi lontani.
I confratelli che restavano nelle province non erano sempre relegati in classe o in casa ma anche loro erano spesso in costante movimento per raggiungere i fedeli.
I gesuiti che vivevano in Albania nell’Ottocento, ad esempio, trascorrevano solo metà dell’anno vivendo nella propria residenza mentre il resto dell’anno erano in viaggio nella cosiddetta “missione volante”. Poiché infatti per diversi mesi la comunità si divideva per raggiungere i villaggi più lontani ed i monti più impervi la missione di questi padri e fratelli era considerata sempre in movimento.
Fonti a stampa
Molte fonti sono edite e disponibili, oltre che in sala studio, anche in numerose biblioteche italiane. Stiamo parlando delle lettere edificanti dove troviamo le lettere inviate al Provinciale dai gesuiti in missione. Essi raccontano le difficoltà che caratterizzano il loro apostolato spesso dovute proprio alle lunghe distanze. Molti missionari affrontavano quotidianamente strade gelate e freddo estremo in Alaska o si muovevano addirittura tra le dune ea dorso di cammello nelle zone aride in Siria. Oggi ci serviamo invece delle fonti manoscritte prodotte da due gesuiti nel corso dei rispettivi viaggi.
Il viaggio di p. Alessandro Ponza
P. Ponza Alessandro era un gesuita della Provincia Romana e nel 1868 si recò in Brasile. Aveva l’incarico di visitatore, per conto del Provinciale. Il Brasile infatti era una delle missioni della sua provincia. Il Catalogo del 1868 viene stampato mentre lui è ancora in viaggio, infatti accanto al suo nome si legge “in via”.
Tenne una piccola cronaca su un diario che, alla sua morte, è stato trovato nella sua stanza e fortunatamente conservato in archivio, oggi infatti è all’interno del suo fascicolo personale. Questa fonte ci permette di ripercorrere il viaggio di p. Ponza e soprattutto di comprendere quanto fosse lunga la traversata dell’Oceano Atlantico prima dei transatlantici a motore che cento anni dopo avrebbero portato molti confratelli negli Stati Uniti in tempi più brevi. Quando inizia a scrivere lo fa sulle ultime pagine del taccuino, utilizza la matita e ricalca a penna solo le prime righe, poi per mancanza di spazio va a ritroso e scrive solo con la matita, la traccia è leggerissima. Il racconto si interrompe durante la traversata ma non per questo è meno interessante.
Usa la maggior parte del taccuino per prendere brevi note, soprattutto in vista della partenza: elenca i bagagli, si segna alcuni indirizzi utili, annota le spese che ha fatto e di cui dovrà render conto al suo superiore.
Partenza da Lisbona 29 gennaio alle 11 del mattino. Tempo tranquillo. Perduta la vista della terra alle 5 di sera.
30 gennaio Tempo tranquillo. In tutta la giornata non si è veduto che cielo e mare. 31 […] Questa sera ci parve di vedere da lungi le isole Canarie ma io ne dubitavo perché a mezzodì ne eravamo a 198 miglia. Verso sera cominciò il vento Levantino per cui si poterono usar le vele.
Il viaggio, ricordiamo che siano nel 1868 quindi sebbene le imbarcazioni fossero a vapore comunque procedevano ad una velocità molto inferiore rispetto ai motori di oggi, era molto lento.
1 Febbraio. Il vento andò rinforzando la notte, mare mezzo agitato nella mattina avevamo di fronte la prima Canaria. Alle 8 potemmo osservare la Gran Canaria ma non abbastanza bene perché il cielo era nubiloso. Tutta la giornata il cielo andò rinforzando in guisa che si temeva per la notte. Ma poi presso a poco la notte fu come il giorno rimanendo il cielo sempre annebbiato. 2 Febbraio. Ci levammo col mare abbastanza agitato ed il vento minacciando di crescere sempre più ed il mare di diventare più agitato, si depose il […] verso le 10 però il vento ed il mare si calmarono per cui per la prima volta mi sono fatta la barba con facilità e speditezza che mi fecero meraviglia. 3 febbraio. Nella notte tra il 2 ed il 3 non potendo dormire verso le 2 e mezza dopo la mezzanotte salii sul ponte e fui sorpreso da un bello spettacolo: il mare sembrando tutto illuminato da fanali, qua e là sparsi. Veniva ciò dà così grandi quantità di elettriche che si sviluppavano dalle onde ed inoltre perché passavamo in un punto in cui le acque sono assai più calde ed hanno un banco dove abbondano i pesce cani. Il mare fu sempre tranquillo ma il cielo cupo e di bronzo. 3 Febbraio percorse 264 miglia.
Non si affrontava direttamente la traversata verso le Americhe ma si preferiva fare delle tappe, una di questa è l’isola di Gorée, in Senegal, che p. Ponza vedere a distanza di vent’anni dall’ultima volta che uomini e donne sono stati qui imprigionati per essere poi destinati come schiavi in America.
4 Febbraio. Mare più tranquillo quanto più ci avviciniamo al Senegal. Alle 10 comincio a vedere Terra e alle 11 giungemmo a Dakar, in faccia all’Isola di Gorea. Gli abitanti sono tutti Mori. Il caldo era da stufa, il cielo da forno. È tutto coperto d’alba. Alla sera ripartiamo alle 11, mare tranquillo. 5 febbraio mancano a Pernambuco 1585 [miglia].
Non sappiamo come sia proseguito il viaggio e quanto tempo resti in Brasile. Sicuramente fa ritorno dal suo viaggio prima del 12 luglio 1869 data del suo primo giorno da rettore del Collegio dei Nobili di Villa Mondragone. Durante la sua permanenza in Brasile p. Ponza annota tutte le necessità della missione: “oggetti a provvedere per la fabbrica di Itu”, cemento romano, “occuparsi per trovar un maestro di piano che possa curarsi di dirigere la banda”. Ci sono addirittura schizzi della pianta del collegio con le relative misure. P. Ponza prende poi nota di tutto ciò che c’è da fare lì ma anche di quello che deve fare a Roma, una vera e propria to do list.
È emozionante pensare che il taccuino ha viaggiato con lui arrivando in Brasile e tornando indietro ed oggi è un testimone di questa avventura.
Il viaggio di Francesco Tovini
Francesco Tovini era uno scolastico, della Provincia Veneto – Milanese che fece un viaggio nella direzione opposta a quella di p. Ponza. Viaggiò verso est, fino in India dove era stato destinato per proseguire la formazione.
I suoi confratelli, partiti ne primi decenni dell’Ottocento hanno dovuto circumnavigare l’Africa o intraprendere un viaggio via terra. Invece Tovini può abbreviare i tempi: infatti la sua imbarcazione percorre il canale di Suez, inaugurato una trentina d’anni prima del suo viaggio.
Lo scolastico Tovini non si limitò a tenere un diario con la cronaca del suo viaggio ma disegnò anche paesaggi, persone e animali che ha avuto modo di osservare. È suo il disegno che accompagna la puntata di oggi, conservato insieme a molti altri con i suoi appunti di viaggio e sono riusciti a fermare il tempo.
Si vedono uomini con il fez, donne velate, l’abbigliamento dei viaggiatori.
Sabato 3 dicembre 1898
È l’alba tanto desiderata ed aspettata del 3 dicembre. È il giorno sacro al nostro santo protettore Francesco Saverio: fatte pertanto le nostre cose spirituali partiamo sotto gli auspici più lieti ed accompagnati dalle preghiere dei nostri cari fratelli verso la stazione. […] Il molo è poco lontano alla stazione ferroviaria perciò dopo breve percorso attraverso una quantità immensa di carri, carrozze, merci e casse d’ogni sorta ci troviamo in vista del nostro Piroscafo. È l’Imperatrix: grosso vapore della Società Lloyd Austro Ungarica che ne tiene in mare più di 90: lungo metri 106, largo 20. Vi sono primi, secondi, terzi ponti, noi siamo al secondo.
Tovini è molto emozionato come traspare dalle sue parole. È giovanissimo, ha diciannove anni quando parte ed era entrato in noviziato a diciassette anni, quindi ha solo due anni di vita religiosa. È uscito poco dalla sua città e improvvisamente vede terre, popoli e costumi molto diversi nel giro di pochissimi giorni. Pensiamo alla descrizione delle donne musulmane velate: “Per la prima volta ci imbattiamo nelle donne musulmane: sono tutte avvolte nel loro grande velo e inforcano sul naso un cannello di bambù a cui sono appesi girelli come alle orecchie ai piedi ecc.”, vede anche i delfini. Le sue descrizioni risentono ovviamente del clima dell’epoca: le missioni erano colonie e Tovini scrive dal punto di vista di un uomo bianco. Come sempre è bene tenere in considerazione il contesto storico in cui la persona vive e si muove. Particolarmente interessante è la descrizione dell’imbocco del canale di Suez:
La partenza stabilita prima delle 4 fu protratta fin dopo le 7 per evitare l’incontro con un altro vapore che percorreva il Canale di Sueza in quel tempo. Non si aveva appena levata l’ancora allorché uno stupendo ed abbagliante splendore illuminò tutto intorno il mare. Era una lampada incandescente di straordinaria grandezza posta sulla prora della nave e alimentata da una grande dirama presa a bordo, appunto a tal uopo in questo porto. Questa luce è necessaria ad evitare ogni pericolo di incontri o di dare nei bassi fondi che si trovano nel grande canale. Questo si apre subito ai nostri occhi là dove appunto termina il mare Mediterraneo e lentamente vi c’inoltriamo. Ci viene detto che il percorso durerà 11 ore essendo quello lungo 65 miglia e dovendosi procedere colla velocità di solo 5 miglia all’ora. […] Entrati nel canale alle ore 7 e mezza pomeridiane di ieri vi siamo rimasti tutto quest’oggi fin l’1 di pomeriggio. […] Sulle sponde di esso vediamo più case e stabilimenti, barche speciali atte ad estrarre dal canale la sabbia che vi si va ma mano accumulando, più in là a destra filari di palme e dietro ancora l’immenso deserto dell’Egitto mentre a sinistra ci si presenta rosso e infuocato quello dell’Arabia.
Il racconto di Tovini è lungo e dettagliato, sono in tutto 48 pagine manoscritte e non possiamo trascriverlo qui interamente. Nell’attesa che qualche studiosa o studioso decida di pubblicarlo, ripartiamo alcuni passaggi scritti a tre quarti del viaggio. È il 20 dicembre quando il gesuita arriva a Bombay sulla costa occidentale ma la sua destinazione è il Mangalore, nel Sud dell’India, dove giunge dieci giorni più tardi. È stato necessario dunque quasi un mese di viaggio per raggiungere la meta.
Martedì 20 Verso le 2 dopo mezzanotte svegliatici ci alziamo per andare sopra coperta, come si faceva da tutti ed ecco che ci si presenta a non molta distanza la vasta città di Bombay illuminata. Però non si scorge molto perché siamo ancora fuori dal porto. […] Il p. Ministro ci conduce ad una carrozza e attraversiamo il molo vasto e bello e c’inoltriamo per una delle più importanti vie della città. L’impressione prima nostra era quella di grandi meraviglie al vedere i vari abiti delle persone, la varietà di piante che adornavano le strade ecc. e pure ogni tanto ripetevamo “Siamo in India!”
L’India che vede Tovini è quella coloniale: l’architettura, ad esempio, era fortemente influenzata dallo stile inglese, da cui l’India si rese indipendente nel 1947. Purtroppo Tovini non conobbe mai questa nuova pagina della terra che descrive con grande entusiasmo: morirà infatti a Brescia nel 1904.
Come abbiamo visto trattandosi di fonti personali lo stile è molto diverso. Quando Ponza parte per il Brasile aveva 56 anni con ben quarant’anni di vita religiosa alle spalle, ha una lunga serie di obiettivi e forse vuole anche documentare il viaggio, almeno inizialmente, ma poi questo desiderio viene meno. Tovini invece di anni ne aveva 19 ed era appena uscito dal noviziato. Le fonti sono dunque influenzate dalla personalità, dal tempo a disposizione per la compilazione e dalle rispettive condizioni del viaggio.
Questi due casi di studio sono solo due esempi. Il nostro archivio storico infatti conserva migliaia di fascicoli personali di gesuiti e anche se non tutti hanno tenuto un diario si trovano frequentemente memorie, appunti, taccuini sulle esperienze legate all’apostolato.
Maria Macchi











