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Le sepolture dei gesuiti

Funerale di un gesuita nella chiesa di Sant'Antonio di Chieri - Archivio Storico, Gesuiti Provincia Euro-Mediterranea

Il destino delle salme dei gesuiti non è sempre stato lo stesso da quando la Compagnia è nata. Alcuni riposano nelle cripte, alcuni negli ossari, alcuni nei cimiteri. Vediamo le ragioni storiche alla base di queste differenze.

La morte di un gesuita è un momento che riunisce tutta la comunità nel dolore e nel cordoglio per il confratello, allo stesso tempo prevede una serie di procedure.

Il p. Superiore organizza il funerale e provvede per la tumulazione del confratello in una delle tombe della Compagnia di Gesù, nei cimiteri cittadini.

Le immagini che accompagnano l’articolo di oggi sono state scattate in occasione del funerale di un gesuita nella chiesa di S. Antonio di Chieri.

Si tratta della stessa procedura seguita da secoli, ma con alcune differenze che possiamo apprezzare facendo un viaggio nel tempo.

Abbiamo già visto, grazie al diario del sacrestano di Castel Gandolfo che per i defunti si organizzava una veglia funebre e si preparavano i paramenti listati a lutto per la chiesa, mentre oggi le esequie sono più sobrie.

Esterno della chiesa di Sant'Antonio di Chieri con carro funebre per il funerale di un gesuita - Archivio Storico, Gesuiti Provincia Euro-Mediterranea

Morire a Roma prima del 1870

Siamo nel 1830, è la sera del 27 gennaio quando, poco dopo l’Ave Maria, è deceduto p. Paolo Invernizzi nel Convitto di Nobili di Roma, che si trovava nell’attuale palazzo Borromeo.

Una lettera scritta dal Rettore al Provinciale racconta la sua morte. Il gesuita si era ammalato nove giorni prima: una febbre giudicata inizialmente reumatica prima di essere diagnosticata la scarlattina. In nove giorni furono contattati i medici più eminenti della città, ma ogni sforzo fu vano ed il gesuita morì. 

Subito dopo aver scritto al suo superiore maggiore, il Rettore prese nuovamente carta e inchiostro e si rivolse ad un altro corrispondente: Mons. Della Porta, Vicegerente di Roma.

La richiesta riguardava il permesso di trasportare il cadavere, nottetempo, nella vicina chiesa di S. Ignazio per dargli sepoltura, secondo “il costume della Compagnia pria che fosse soppressa”.

La sepoltura avveniva già regolarmente per tutti i gesuiti che morivano nel Collegio Romano e che avevano “giurisdizione” per la sepoltura a S. Ignazio.

Il Convitto dei Nobili, sebbene distante pochi metri non condivideva gli spazi della chiesa per quanto riguardasse le inumazioni. Il Rettore quindi si appellò ad un’antica abitudine risalente ai secoli precedenti, quindi praticata fino al 1773: era possibile seppellire a S. Ignazio anche i padri della comunità del Convitto, che altrimenti sarebbero stati destinati a cripte di chiese limitrofe. Il permesso venne regolarmente concesso.

Perché ci è servito ricordare la vicenda del corpo di p. Invernizzi? Per tutti i gesuiti deceduti a Roma dalla fine del 1870 in poi non fu più possibile avere la tumulazione in chiesa, se non per casi specifici e con una procedura molto diversa da quella seguita dal Rettore del Convitto dei Nobili nel 1830.

Morire a Roma dopo il 1870

Con l’annessione di Roma al Regno d’Italia entrarono in vigore le norme, d’ispirazione napoleonica e già vigenti nel resto d’Italia dal 1861, per l’inumazione dei defunti. Non furono più le chiese, le cripte e gli ossari i luoghi privilegiati per la sepoltura ma i cimiteri, collocati al di fuori delle mura cittadine, per questioni di sanità e igiene.

Risale proprio ai primi anni di vita di Roma capitale del Regno d’Italia la costruzione del Cimitero Monumentale del Verano dove, a partire dal 1875 in poi quando la cappella della Compagnia fu ultimata, riposano i gesuiti defunti a Roma.

Solo nel caso di eminenti personalità ecclesiastiche o di Beati e Santi si procede oggi con la sepoltura in chiesa, richiedendo autorizzazioni specifiche.

Le cripte

Si potrebbe quindi pensare che p. Invernizzi riposi ancora nella cripta in cornu Evangelii – un’espressione latina che indica la sinistra, guardando l’altare – della chiesa di S. Ignazio di Roma.

In realtà da un censimento effettuato studiando le epigrafi lapidarie il suo nome non risulta, così come non risultano quelli di tutti i confratelli deceduti dalla costruzione della chiesa fino al 1840 circa. La ragione è molto semplice: le cripte non sono luoghi sterminati, ove potessero trovare spazio tutte le spoglie dei gesuiti defunti durante i primi secoli di vita della Compagnia.

Periodicamente era necessario togliere le spoglie di coloro che fossero stati sepolti da alcuni anni, dai cinque ai quindici anni, il tempo necessario per poter operare la riduzione delle ossa, quindi traslare i resti del gesuita nell’ossario.

È l’ossario dunque il luogo finale dove riposano centinaia di gesuiti, coloro che ancora si trovano in cripta, lì resteranno per sempre.

Dal settembre 1870 infatti le cripte di moltissime chiese sono rimaste intatte, se non sono insorte ragioni di tipo conservativo.

Ossa disperse

Naturalmente non tutte le cripte e gli ossari sono giunti intatti fino a noi.

Nella città di Tivoli, ad esempio, la Compagnia di Gesù aveva un convitto dei Nobili, chiuso con la fine dello Stato Pontificio. I padri defunti fino al 1870 avevano trovato sepoltura nella chiesa del Gesù, non lontana dal collegio. Nel corso della seconda guerra mondiale la chiesa è stata bombardata e tra i detriti erano presenti anche le ossa dei padri sepolti nella cripta. Queste sono state portate nel cimitero cittadino e riposte nell’ossario comune.

Un destino ancor più triste è quello delle ossa dei molti gesuiti deceduti in Albania che sono state disperse a causa della guerra prima e del regime comunista poi.

Una storia che accomuna anche le cripte di tantissime chiese di missioni e province in Asia e Africa dove interi edifici sacri non esistono più.

Maria Macchi