I gesuiti tra l’Unità d’Italia ed i Patti Lateranensi

Che cosa accadde ai gesuiti italiani tra 1861 e 1929? Si tratta dei decenni caratterizzati dalla frattura tra Stato e Chiesa, nata con l’Unità d’Italia e l’esproprio dei beni degli ordini religiosi e “aggravata” dalla caduta dello Stato Pontificio, il 20 settembre 1870. Fu risanata dai Patti Lateranensi firmati l’11 febbraio 1929. Come hanno vissuto i gesuiti italiani durante questi 68 anni? Cosa ha comportato per loro l’Unità d’Italia?
Dal 1861 agli anni ’80 dell’Ottocento
Sono anni difficili da ricostruire, soprattutto quelli tra 1861 e 1880 circa poiché il Regno d’Italia incamerò gli immobili di residenze e collegi, costringendo le religiose ed i religiosi, non solo i gesuiti, a lasciare residenze e città. L’infrastruttura statale italiana è esistita, in prima istanza, grazie ai beni sottratti agli ordini religiosi maschili e femminili: decine di ex conventi, monasteri e residenze religiose da adibire a ospedali, università, scuole, tribunali e caserme.
La vita dei gesuiti continuò, pur con diverse difficoltà. Dovevano infatti fare i conti con la perdita di tutti gli immobili, le chiese ed i beni posseduti. In molti casi erano già stati allontanati dalle proprie residenze nel corso gli anni Trenta dell’Ottocento, nel 1848 o negli anni immeditatamente precedenti il 1861. Le comunità limitrofe spesso avevano dato asilo ai confratelli. Dopo il 1861 però la situazione era ben diversa: non c’erano più comunità che potessero accogliere i gesuiti in provincia. Cosa accadde allora a decine di religiosi? In alcuni casi i beni immobili furono subito espropriati, in altri invece fu concesso del tempo a padri e fratelli per poter svuotare la casa e trovare rifugio altrove.
Alcuni hanno ricevuto ospitalità dalle province straniere ma sono molti coloro che si rivolsero alla romana, l’unica nella Penisola che ancora possedeva la maggior parte dei propri immobili, a Roma e nei territori limitrofi. Svolgendo ricerche su singoli gesuiti abbiamo scoperto che durante gli anni della dispersione sono ospitati nelle diocesi e in appartamenti di fedeli che quindi suppliscono alla mancanza di vere e proprie residenze.
Per conoscere la situazione delle province italiane, esclusa quella romana che fino al 1870 continua le sue attività, possiamo passare in rassegna i cataloghi storici annuali. Li troveremo decisamente più agili e sommari dei precedenti, per alcuni anni non sono stati neppure stampati. Dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulla sezione “Degentes extra domos”. Qui infatti sono elencati tutti i gesuiti che vivono fuori dalle canoniche residenze. Anche la sezione “Degentes extra provinciam” ci indica dove vivessero padri e fratelli.
C’è un altro dato dei cataloghi storici che ci fornisce un’informazione utile sui gesuiti in questi anni: il luogo di pubblicazione. In molti casi infatti il catalogo non fu più pubblicato in Italia ma all’estero, anche per più di un decennio.
Provincia Torinese
La vicinanza geografica con la Francia si rivelò salvifica: molti gesuiti si diressero verso Nizza e Bastia, in Corsica. Proprio in Francia, prima a Marsiglia poi a Nizza, fu stampato per alcuni anni il catalogo della Provincia Torinese. Quest’ultima poteva contare anche sulla comunità del Principato di Monaco che quindi si trovava al di là del confine italiano ma a breve distanza per essere raggiunta. Il catalogo della Torinese fu stampato proprio nel Principato di Monaco da metà anni Settanta fino agli ultimi anni dell’Ottocento quando tornò ad essere stampato a Torino. Nella sezione dei “degentes extra domos” diversi gesuiti figurano in Emilia e in Toscana, nella Provincia Romana, mentre altri si trovano in Liguria – a Sanremo, nel santuario di Montallegro, a Genova – chi viveva in Sardegna si è rifugiato a Gavoi, Sassari e Cagliari. Numerosi i gesuiti trasferitisi nelle limitrofe province francesi e a Roma. Alcuni invece vissero nel seminario di Cuneo e riuscirono a restare nel territorio della torinese.
La situazione restò invece invariata nelle missioni della Provincia – in California, nelle Montagne Rocciose – poiché trovandosi in altri Stati Nazionali non risentirono della situazione politica italiana. Questo valeva per tutti i territori di missione che, non essendo Stato italiano, non hanno avuti ripercussioni.
Provincia Veneto – Milanese
Sebbene la Provincia Veneto – Milanese mantenne alcune comunità aperte ancora per qualche anno, dopo il 1861 inviò diversi gesuiti in quelle situate al di là del confine: a Ragusa e a Zara che all’epoca erano sotto il dominio austriaco o nelle case in Albania. Alcuni trovarono rifugio in Tirolo, a Eppan, non lontano da Bolzano (oggi Appiano sulla strada del vino). Proprio a Bolzano si iniziò a pubblicare il catalogo della Provincia tra 1867 e 1872, anno a partire dal quale fu pubblicato a Scutari dove la Compagnia di Gesù aveva una propria tipografia che pubblicava anche riviste in lingua albanese. Si continuò a pubblicarlo qui fino alla metà degli anni Dieci del Novecento. Prima di essere riportata la pubblicazione in Provincia, a inizio anni Venti a Venezia, fu stampato nel Mangalore in India durante gli anni della prima guerra mondiale.
Provincia Napoletana
La provincia Napoletana trovò immediata accoglienza nella casa professa del Gesù di Roma dove si trasferì il provinciale, come testimonia il catalogo del 1863. Diversi padri e fratelli si stabilirono nelle residenze della provincia Romana e in città non lontane da Roma: Terracina, Bauco (oggi Boville Ernica), Tivoli, Giuliano di Roma, Anagni, Civitavecchia. Altri gesuiti si rifugiarono in Spagna e in altre province che storicamente avevano legami con la napoletana. Il catalogo fu stampato a Roma tra 1862 e 1870. Dopo la caduta dello Stato Pontificio invece i gesuiti si rivolsero ad una tipografia di Caserta e dal 1878 tornò ad essere pubblicato nuovamente a Napoli.
Provincia Sicula
Il rifugio della maggior parte dei gesuiti siciliani furono principalmente Malta e Gozo: erano parte integrante della provincia ma costituivano uno Stato a sé, di forte impronta cattolica, e quindi furono un porto sicuro dove rifugiarsi. A Malta verrà stampato il catalogo della Provincia Sicula per i primi anni di dispersione, successivamente sarà stampato a Napoli e dagli anni ’80 nuovamente a Palermo. Anche in questo caso sono stati molti i gesuiti che si spostarono in Spagna e in altre province oltre che nelle residenze di Costantinopoli e di Tiro e Syros, due isole greche, parte del territorio della Sicula.
La carenza di fonti
Non avendo stabilità, né comunità di riferimento per un lungo periodo spesso è venuta meno la produzione documentaria. Sebbene si continuasse a informare il Padre Generale, la corrispondenza non veniva più inviata periodicamente, le visite canoniche del Provinciale erano diminuite sensibilmente poiché i confratelli erano dispersi e non c’erano comunità da visitare. Per questi anni dunque vengono meno i diari di casa, spesso le historiae domus presentano lacune, perfino le consulte di Provincia si diradano. La foto che accompagna la puntata di oggi raffigura una nota nelle consulte della provincia Napoletana, lacunose per gli anni dal 1861 al 1868. Dall’Unità d’Italia in poi, almeno per dieci, quindici talvolta anche per vent’anni, è molto difficile poter far luce sulla vita dei singoli gesuiti, per i quali abbiamo qualche indicazione dai cataloghi storici ma una grande penuria di documentazione, nei fascicoli personali e nelle carte delle residenze.
Gli anni più duri sono proprio quelli che vanno dal 1861 agli anni Settanta, in questo periodo parliamo di province e residenze “disperse” così sono denominate anche nei cataloghi. Siamo di fronte a lacune importanti, talvolta sopravvivono solo brevi memorie.
Poi lentamente le province iniziano a ricostituirsi grazie soprattutto alle donazioni dei fedeli. Infatti molte delle proprietà ancora oggi possedute risalgono a questo periodo. Famiglie di ex alunni o benefattori donarono ai gesuiti degli immobili perché potessero stabilirvi nuovamente la comunità o le proprie opere, come le scuole. A Napoli, la famiglia Melecrinis, da cui proveniva p. Melecrinis, donò la propria villa al Vomero, che divenne sede del noviziato per diversi decenni. A Livorno i conti Pate donarono l’immobile destinato ad ospitare il futuro Istituto S. Francesco Saverio.
Anche la nascita dell’Istituto Massimiliano Massimo è legata a quanto avvenuto dopo il 1870. P. Massimiliano Massimo mise a disposizione un bene di famiglia, Villa Peretti, per aprire la scuola, poiché la Provincia Romana aveva perso il Collegio Romano, oltre a numerosi collegi nel Lazio.
La donazione di beni immobiliari è però un punto cruciale in questo periodo. Infatti non fu così semplice, per le province, avere nuove proprietà e poterle gestire in prima persona.
La proprietà dei beni prima dei Patti Lateranensi
L’Unità d’Italia aveva liquidato l’asse ecclesiastico attraverso le espropriazioni ma la normativa in vigore dal 1861 limitava fortemente la proprietà da parte degli enti ecclesiastici, lasciando intatto solo quanto rimasto all’interno delle mura vaticane. Gli enti ecclesiastici non potevano infatti essere intestatari di beni e sono dunque molti gli espedienti adottati dai gesuiti italiani per far fronte a questa problematica.
In molti casi vengono costituiti enti da ex alunni a cui intestare i beni. È il caso della Società S. Brigida di Brescia che tra i suoi fondatori ebbe l’avvocato Lodovico Montini, fratello del futuro Paolo VI, entrambi ex alunni dei gesuiti. Laici e benefattori facevano da prestanome per poter garantire l’esistenza di un ente civile, regolarmente registrato, a cui intestare beni mobili e immobili della provincia. In altri casi invece si cointestavano i beni a più persone, spesso parenti dei gesuiti. A volte sono stati intestati beni a singoli gesuiti ma come “privati” cittadini.
Si trattava però di soluzioni temporanee e precarie che in moltissimi casi hanno richiesto continue compravendite per ovviare alla possibilità che gli intestatari morissero e l’eredità andasse agli eredi previsti dalla legge e non alla Compagnia. Solo dopo i Patti Lateranensi fu possibile stipulare nuovi atti notarili per intestare le proprietà alle varie province e ai vari enti che ad esse facevano capo.
Con i Patti Lateranensi ai gesuiti vennero nuovamente affidate anche le chiese da officiare, la proprietà era però passata definitivamente allo Stato e non tornò mai agli ordini religiosi. La maggior parte delle chiese sono oggi gestite dal FEC, fondo edifici di culto, dipendente dal Ministero dell’Interno. Il FEC ha anche un proprio archivio storico che consigliamo di consultare per far luce sull’incameramento di beni e chiese dopo il 1861.
Il caso romano
Il caso della Provincia Romana è differente da quello delle altre province, per via della diversa periodizzazione. La Compagnia di Gesù mantenne la proprietà di collegi e residenze a Roma, e in ciò che rimaneva dello Stato Pontificio, fino al 1870, quindi per nove anni in più rispetto al resto d’Italia, unificato nel 1861. La Provincia Romana non perse i propri immobili immediatamente, ai gesuiti di S. Andrea al Quirinale fu concesso un anno di tempo per svuotare l’immobile e inviare all’esterno i novizi, lasciarono il noviziato nel dicembre del 1871.
Il Collegio Romano rimase in attività ancora un paio d’anni e l’immobile fu ufficialmente consegnato allo Stato nel 1873.
Quando poi la Provincia Romana perse tutti i suoi immobili, poté contare sulle altre province limitrofe che nel frattempo si erano riorganizzate. È per questo motivo che i novizi della romana, come p. Lorenzo Rocci e p. Tacchi Venturi, entrarono nel noviziato di Napoli, a Villa Melecrinis, non essendoci più un noviziato attivo a Roma dal 1870. La Provincia Romana riuscirà a riorganizzarsi nel corso degli anni Ottanta e Novanta, riaprirà un proprio noviziato solo nel 1882 a Castel Gandolfo.
Mentre Roma cade sotto i colpi di cannone, un giovane gesuita parte per la missione in Cina, a riprova del fatto che la vita continua e grandi storie possono iniziare anche da un momento drammatico.
I gesuiti della Provincia Romana nei successivi dieci anni si trovano in diverse parti d’Italia. I novizi che erano a S. Andrea al Quirinale vengono inviati a Eppan, in Trentino, all’epoca non ancora parte dello Stato Italiano. Padri e fratelli vissero a volte in case private, è il caso di Ferentino, oppure sparpagliati in tutto il Lazio: nelle diocesi di Albano e Sutri, a Manziana, a Civitavecchia, Tivoli, Castel Gandolfo, a Viterbo e Poggio Mirteto. Molti gesuiti si spostarono in Toscana, a Lucca, Siena e Pistoia, altri in Emilia Romagna, a Bologna, Ferrara, Forlì, Imola; altri in Umbria, a Spoleto, Orvieto, Gubbio. Il catalogo fu sempre stampato a Roma, anche negli anni immediatamente successivi al 1870. Uno degli aspetti più interessanti del caso romano è la presenza di residenze temporanee nell’Urbe regolarmente segnalate dai cataloghi e dall’inventario del fondo. A differenza delle altre province dove per decenni i gesuiti non sono riusciti a ristabilirsi nelle città principali, a Roma i gesuiti aprono residenze temporanee o si appoggiano a istituti di vita religiosa già esistenti per continuare il proprio apostolato. Nei cataloghi queste residenze sono indicate con i numeri romani che però nel corso del tempo hanno contraddistinto luoghi diversi. Dall’inventario sappiamo che si trovavano: in via della Valle 41, a S. Brigida, presso S. Caterina in via Giulia, a Palazzo Vitelleschi – di cui era membro p. Vitelleschi poi rettore del Collegio dei Nobili di Villa Mondragone, presso la residenza della Cecchina.
Diversi padri e fratelli sono stati ospitati da collegi e istituti ecclesiastici: nel collegio Capranica, nel Collegio Belga, nella casa dei catecumeni, a S. Luigi dei Francesi, a Villa Torlonia.
Un caso di studio
La questione della proprietà degli immobili riguardò qualsiasi residenza o opera delle storiche province italiane. Quindi per ciascun acquisto o donazione c’è quasi sempre della documentazione che ci racconta le sue vicissitudini.
Oltre alla Società S. Brigida di Brescia c’è un caso in particolare su cui vogliamo soffermarci e che spiega bene i numerosi passaggi di proprietà degli immobili in questo periodo.
Il problema della proprietà ha riguardato anche p. Strickland che il 20 ottobre 1906 acquista l’immobile del ricreatorio, nella zona “Le cure” di Firenze. Pur essendo maltese non è immune dalla normativa vigente all’epoca in Italia e si trova dunque nella condizione di dover risolvere il problema per avere un luogo dove ospitare la sua opera. Quattro anni più tardi lo vende alla Baronessa Treves, la quale due settimane dopo lo cede in enfiteusi a p. Cesare Goretti Miniati, un confratello di p. Strickland. Il 14 aprile 1931 la baronessa vende la nuda proprietà alla Bur, l’anno successivo la Bur ne acquistò la piena proprietà, in seguito ad un procedimento giudiziario. La Bur donerà poi l’immobile alla Provincia Romana il 23 giugno 1937.
Il ricreatorio dunque passa di mano in mano per restare però sempre gestito dai gesuiti finché non può tornare legittimamente alla Provincia Romana, continuerà le sue attività fino ai primi anni Sessanta.
I casi finora illustrati ci dimostrano che gli espedienti trovati dalla Compagnia non sono riconducibili al mero possesso né alla speculazione: gli immobili erano necessari per l’apostolato, per dare una casa a padri e fratelli, per restare e lavorare nei territori delle province.
P. Strickland ha letteralmente tolto dalla strada decine di ragazzini insegnando loro un lavoro e la sua opera ha continuato a farlo per decenni; villa Melecrinis ha garantito a generazioni di gesuiti di formarsi, studiare ed avere un luogo dove vivere; l’istituto Massimo ha formato generazioni di allievi.
Molti degli immobili donati tra 1861 e 1929 furono mantenuti per decenni dalle Province per ospitare residenze, scuole e opere, memori della generosità di tanti benefattori.
Come ricostruire questo periodo
Come già anticipato la produzione documentaria è stata fortemente intaccata da quanto avvenuto nel 1861 e nel 1870 per la Provincia Romana.
Spesso non abbiamo documentazione per gli anni tra 1861 e 1880, tuttavia è sempre importante leggere le prime historiae domus scritte dalle residenze che man mano riaprivano i battenti poiché in molti casi contengono memorie sugli anni precedenti. A volte nelle prime lettere al Provinciale i Superiori e Rettori raccontano come i gesuiti abbiano vissuto quel periodo, come abbiano fatto a tornare in città, chi li abbia aiutati. Spesso il Provinciale, a sua volta, informava il Generale su quanto avvenuto in determinati territori durante la dispersione.
È però il fondo dell’economato di Provincia che spesso conserva gli atti di compravendita, le memorie relative ai vari passaggi di proprietà, come nel caso del Ricreatorio in via Cirillo di Firenze. Quindi è fondamentale verificare le carte dell’economato.
Chi volesse dunque ricostruire la storia delle residenze tra 1861 e 1929 o la vita dei gesuiti in questo periodo deve tenere in considerazione la carenza di fonti e le lacune ma anche la complessità della gestione delle proprietà fino al 1929.
Maria Macchi











